Sere d'e(te)state

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Certe cose ti si attaccano addosso, un po’ come il caldo umido di quest’isola. La sensazione di essere appiccicosi, di portarsi dietro cose inevitabili, cose che non vorresti avere. Le parole ti scivolano sulla pelle insieme al sudore, scie di lumaca.
E' l'idea di sentirsi fermi, pubblico di uno spettacolo stagnante. La doccia sembra una via d'uscita. Lasciare che l'acqua si porti via tutte cose, senza resistenza. E poi uscire dalla doccia e scoprire, dopo appena cinque minuti, di sudare di nuovo. E' un circolo vizioso.

Puoi prendertela con il mondo, con le previsioni meteo, con il riscaldamento globale e l'effetto serra. Ma non farà mica più fresco. E allora forse bisogna cambiare metodo. Guardare meno fuori e un po' più dentro. Incominciare a togliere le fonti di calore anziché scrollare via il sudore. Accettare e accettarsi così, a volte un po’ troppo sudati, un po’ troppo umidi. E poi guardarsi intorno e scoprire che, in fondo, bastava solo scostarsi e aprire un po’ di più la finestra.

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Homecoming

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Il profumo del mare. È la prima cosa che senti, quell’aria tiepida che si infila prepotente nelle tue narici dopo mesi di freddo e alberi spogli. E poi c’è il tepore del sole, il colore del cielo, le persone che la fila proprio non la sanno fare. Mettersi in punta di piedi mentre aspetti il bagaglio e quando le porte si aprono cercare speranzosa uno sguardo conosciuto. E poi con le valigie in mano correre, correre e tuffarsi fra le braccia che sanno di casa. Sono tante le cose che rendono unico il ritorno. È un’esperienza agrodolce che inizia in discesa, quando dal finestrino dell’aereo vedi le luci della città farsi più grandi e il mare che bacia la costa mentre tu lo fissi inebetita con il cuore che batte e un sorriso che dice: “sono a casa”.

Tornare a casa è abbracciare le persone che ami, abbracciare quello che ti sei persa, cercare di recuperare con orecchie affamate e occhi insaziabili tutto quello a cui non hai potuto partecipare nei mesi di assenza. Le storie, i “come sei fatta magra!”, le aggiunte sugli scaffali, le novità, il cibo fresco, recuperare i chili persi, riaggiornarsi con i lavori in corso, con gli amici, con i posti che hanno aperto, quelli che hanno chiuso, con quelli che crescono, e proporre e riproporre progetti, cose da fare e posti da vedere e rivedere. 

Tornare a casa è anche un po’ ridimensionarsi. È camminare per strada con un bagaglio un po’ più grande e cercare di farsi largo fra le mura strette dei ricordi, è fare paragoni mentali, associazioni che non sempre funzionano, è pensare in due lingue e dire ‘come si dice…?’, è guardare con occhi nuovi tutto, anche le cose che non sono cambiate (e che forse non cambieranno mai). 

E veniamo anche alla parte più difficile. Perché tornare a casa è anche rendersi conto del perché sei andato via. È sentire la stessa frustrazione che ti ha spinto a fare la valigia, è assaporare con ogni papilla il gusto amaro della delusione e cercare di restare aggrappati alla speranza che le cose possano cambiare quando le tue mani cominciano a mollare la presa. 

Tornare a casa è un po’ come provare ad infilarsi un paio di vecchie scarpe preferite, uno che i tuoi genitori ti avevano regalato per il tuo dodicesimo compleanno. Un paio che non butteresti mai, non importa quanti buchi, quanti graffi, non importa quanto possa essere logoro e scolorito. Eppure ti rendi conto, dopo tanti sforzi, dopo tanti tentativi, che quelle scarpe non le puoi indossare più. Resti lì, con le scarpe in mano, troppo piccole per indossarle, troppo importanti per buttarle via, e ti guardi in giro, alla ricerca di un nuovo paio, in un mondo così pieno di modelli e colori diversi che ad un certo punto cominci a dubitare di riuscire a trovare la tua misura, un giorno. E così riparti alla ricerca di un nuovo paio, uno che ti possa stare bene, e il tuo bagaglio si riempie, si fa un po’ più pesante, insieme alla mancanza.

Tornare a casa non vuol dire doverci rimanere. Tornare a casa può essere un punto di partenza, un modo per rilanciarsi verso nuovi orizzonti e nuove destinazioni, e poi tornare e ritornare con lo sguardo pieno di ricordi e la testa piena di progetti. Certo, chi lo sa, a volte a casa si torna per rimanere, per costruire, per migliorare. Per scoprire che, forse, quelle scarpe non erano poi così tanto strette.

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Lamentarsi è facile come respirare

Spunti di riflessione sulle lamentele. O più semplicemente: una lamentela sulle lamentele.

È facile dire cos’è che non va, la lista l’abbiamo tutti pronta. In fila alle poste, accanto all’amico al bar, in giro con la macchina, al tabacchi per comprarsi il pacco di sigarette e in coda al supermercato. Ce la facciamo tutti a dire cosa non funziona a Palermo. Si sa che ci sono i posteggiatori abusivi, la munnizza per strada, la mafia, la merda sul marciapiede (del cane e forse anche del padrone), la corruzione, quei “cuinnuti!” che se vai in giro di notte ti piantano un coltello sul fianco e pretendono senza tanti complimenti il tuo cellulare, il tuo portafoglio e, perché no, anche il giubbotto. Lo sappiamo che Mondello con le cabine “un si po taliari!” e che l’acqua diventa verde, che gli scheletri e le case abusive sulle montagne sono una vergogna e che “Palermo è bella sono i Palermitani che fanno schifo!”.

Tutto questo e molto altro. Ma quanto è facile dire cosa non va? Quanto fatica  ci vuole a puntare il dito contro? Molto poco. Perché lamentarsi è facile come respirare. Inspira. Espira. Lamentati. Ma cos’è che fanno le lamentele? Perché effettivamente a cambiare le cose le lamentele non servono, servono le azioni. Ma agire richiede impegno, costanza e, perché no, anche sacrificio... cose che, purtroppo non sembrano necessarie per migliorare la città, “picchì tantu un cancia nianti!”. Il fatto è che quelli che decidono di cambiare le cose non perdono il loro tempo a giocare con le parole, lanciandole come fossero sassi e poi guardarle incuranti come se non fossero cosa loro. Le persone che vogliono cambiare le cose le cambiano con le loro azioni. E non si tratta di azioni “impossibili” o “troppo grandi”, di formare cooperative o associazioni (che poi si sa, vanno a finire in mano alla mafia, no? “tutti mafiusi su’!”). Si parla della vita di ogni giorno, delle cose piccole che fanno la differenza. Le cose che possiamo fare tutti, senza particolari abilità, certificati o raccomandazioni.

Perché non ci vuole una laurea per capire che anziché pretendere le cose come se fossero nostre e cercare di fregare il prossimo come non ci fosse un domani, si potrebbe cominciare a dire grazie, ad imparare la gentilezza, la gratitudine, a vedere la bellezza e a volerla preservare. A fare quattro passi in più e buttare quella carta, che tanto il cestino non era poi così lontano. A raccogliere la merda del tuo cane perché il marciapiede è parte di una casa condivisa, e mi sa che la merda del tuo cane a casa tua o dei tuoi amici di certo non la lasceresti. A sostenere le associazioni oneste, le cooperative, i commercianti locali che rischiano ma il pizzo non lo pagano e  quelli che la ricevuta fiscale te la danno sempre, ad aprire gli occhi e vedere che la città di Palermo da offrire ha tanto, ma spesso noi questi occhi li teniamo chiusi e le orecchie piene di tappi per poter percepire anche il minimo frammento di bellezza. E a cominciare a riconoscere che una parte di colpa ce l’abbiamo anche noi. Perché sì, il sistema non funziona, ma noi non stiamo mica messi meglio. E soprattutto perché non possiamo sperare di cambiare Palermo se prima non cambiamo noi stessi. Le piccole cose fanno parte di noi, e spesso sono proprio quelle dentro di noi che hanno bisogno di qualche modifica. Non sono solo le istituzioni che devono svegliarsi e prendere in mano la situazione, siamo noi a doverlo fare, ogni giorno. Le campagne di sensibilizzazione le dovremmo fare nelle nostre case, con i nostri amici, guardandoci allo specchio: se a Palermo “un cancia nianti!” è perché noi non ci impegniamo a farle cambiare.

Però alla fine ci sono quelli che la mattina si alzano e mettono in pratica i loro valori cambiando, nel loro piccolo, la realtà di ogni giorno. Con tutte le difficoltà che questo comporta e con il rischio di sembrare dei “poveri illusi!”, “inguaribili idealisti” e “anormali”. Però poi i “normali” si alzano la mattina, respirano. E si lamentano.

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